Benedetto Annigoni. Nuove Carte Mensile di informazioni culturali Settembre – ottobre 1982. Edizione Vallecchi.
La degenerazione della nostra democrazia in senso partitocratico non è una scoperta di ieri, anche se molti fanno finta di non accorgersene, e da, Maranini in poi, politologi e giuristi hanno autorevolmente analizzato il fenomeno, denunciandone le cause ed i prevedibili effetti sulle strutture portanti dello stato ed in particolare sulla Costituzione.
Si tratta di studi esaurienti e scientificamente ineccepibili, che peraltro trovano un limite nell’unilateralità del comune taglio “giuridico” che ha messo in luce gli aspetti istituzionali del problema, trascurando quelli più direttamente connessi alla vita quotidiana, alla cultura, al costume. Un po’ come accade nell’ambiente asettico dei laboratori, si è disegnata la curva teorica dell’involuzione partitocratica e se ne sono dedotte le tappe in base ad un numero limitato di variabili estrapolate dal mondo del diritto, ma si è ignorata l’interazione di alcuni fattori, forse meno aulici, anche se altrettanto significativi.
Il rischio che ne deriva è quello di aver sbagliato, non tanto le previsioni, quanto i tempi e di trovarci quindi di fronte ad una situazione che sta precipitando molto più rapidamente nella pratica di quanto si prevedesse in teoria. Questa accelerazione del processo patologico, che lascia intatta la facciata delle istituzioni corrodendole dall’interno, è soprattutto dovuta a due fattori di “costume” finora erroneamente trascurati: l’involuzione culturale della politica e l’imbarbarimento di coloro che vi si dedicano, da un lato, e, dall’altro, l’organizzazione della comunità secondo modelli corporativi e clientelari.
Per rendersi conto del fenomeno è opportuno risalire a due aspetti evolutivi della nostra storia recente: lo schiudersi dell’attività politica alle classi meno abbienti, come conquista di una democrazia più avanzata, ed il trasformarsi della suddetta attività politica in un impegno a tempo pieno, come conseguenza dello “Stato sociale” e, quindi, dell’onnipresenza del “pubblico” nella vita quotidiana.
È perfino superfluo dire che si tratta di trasformazioni di per sé positive, che hanno tuttavia prodotto alcuni effetti collaterali dei quali non si è saputo tener conto a tempo debito. Tra questi, il progressivo sostituirsi dei valori tradizionali della politica, intesa come gestione della “res publica”, con quelli assai meno nobili della sussistenza quotidiana.
La spinta ideologica, infatti, non soddisfa le esigenze materiali di chi, sprovvisto di beni di fortuna, deve dedicare interamente il proprio tempo alla politica, a meno che la politica stessa in qualche modo non “paghi”. Da qui il proliferare di “indennità”, “gettoni”, impieghi di comodo etc., che, aggiunti allo “status” di deputato, sindaco o assessore ed ai “privilegi” che automaticamente derivano dal “potere”, rappresentano il corrispettivo di un impegno politico che raramente lascia margini per altre attività.
Non più distinta dal “mestiere”, se non per l’etichetta, la politica ne mutua i valori ed i metodi, rinnegando le proprie basi culturali ed etiche. Ne consegue, però, che la “carica”, non solo va conservata ad ogni costo, ma possibilmente sostituita con un’altra di livello superiore, dando vita ad una vera e propria carriera del tutto analoga a quella impiegatizia, o professionale.
Il concetto stesso di “servizio”, modello da sempre connesso al “cursus onorum”, con tutta la sua lezione morale di responsabilità e sacrificio, cede sempre di più ad una mentalità da rapporto d’impiego sotto cui traspare una cultura contadina che, esauriti gli antichi pregi nella crisi dell’inurbamento, rivela ormai anche le distrofie degli stenti e della fame che, per secoli, hanno impedito di alzare lo sguardo oltre il confine del campicello, o di spingere la fantasia al di là del raccolto imminente.
Questo processo involutivo, già in atto da tempo, ha trovato nel consolidarsi del regime partitocratico il terreno migliore, grazie, soprattutto, a quell’anelasticità elettorale che, della partitocrazia, è una delle conseguenze/cause più vistose. Difatti, un elettorato scarsamente reattivo agli eventi interni ed esterni, finisce con l’attribuire ai partiti una quota voti sostanzialmente invariabile nel breve e nel medio termine che prescinde da meriti o colpe e si identifica col numero dei “posti” politici che il partito stesso è in grado di offrire. Se poi si considera che la formazione delle liste appartiene al partito mentre la consultazione elettorale ne è poco più che la formale ratifica, basta sommare due più due per avere il quadro completo di un partito che si trasforma in “datore di lavoro” e, per di più, operando al di fuori di qualsiasi contratto collettivo, in un datore di lavoro che può licenziare a piacimento.
Il rapporto tra un elettorato sempre più abulico ed il suo rappresentante sempre più teorico tende quindi a diluirsi fino all’evanescenza, mentre si rafforza quello sostanzialmente ricattatorio che lega quest’ultimo al partito/datore di lavoro. Lasciando da parte gli aspetti etici, che del resto si commentano da soli, vale la pena di sottolineare l’aleatorietà di un siffatto legame tra il politico ed il suo partito, perché, in un paese che mostra di preferire a tutto la “sicurezza” del posto di lavoro, questa perenne incertezza tipica della “carriera politica” è già sufficiente a pregiudicarne la competitività nel confronto con altre professioni più sicure e remunerative. Trasportata di fatto sul mercato del lavoro, la politica ha finito così con l’attestarsene ai margini e, lungi dal disporre delle migliori risorse del paese, deve accontentarsi di reclutare i suoi uomini tra coloro che, per limiti personali e di cultura, o per difficoltà oggettive, non hanno saputo trovare un proprio spazio in altri campi.
L’uomo di cultura, il professionista affermato, l’artista noto ecc.., del resto, hanno perfettamente capito che la politica “rende” molto di più a chi sa restarsene ai margini, gravitando senza coinvolgimenti diretti nell’orbita del tale o tal’altro partito, che diventa il naturale acquirente delle sue capacità. Fin troppo scontata, a questo punto, l’accusa di qualunquismo, ma il panorama desolante delle amministrazioni locali, ove le personalità di rilievo sono sempre più rare, è un dato di fatto. Così come è un dato di fatto la massiccia presenza tra i “politici di carriera”, di persone provenienti dai livelli medio bassi del pubblico impiego, di funzionari di partito, di emarginati da categorie professionali ove la concorrenza è spietata ecc.. Non a caso, i partiti sono sempre più spesso costretti ad offrire cariche di prestigio, sovente peraltro rifiutate, a semplici iscritti, se non addirittura a simpatizzanti, nell’impossibilità di esprimere dal proprio seno qualche personalità con le carte in regola. In pratica, siamo di fronte ad un sistema selettivo di segno invertito, che indirizza alla politica, se non gli emarginati, quantomeno i mediocri.
È scontato che il livello scadente degli addetti pregiudichi di per sé la qualità dell’azione politica, ma questo difetto di origine sarebbe in parte recuperabile in corso d’opera, se il neoeletto potesse temprarsi nel quotidiano confronto con i problemi reali del paese e colmare così l’handicap iniziale tramite una successiva valida esperienza.
Purtroppo il regime nega anche questa possibilità, perché il partito, nel momento stesso che si trasforma da strumento in soggetto, spezza il nesso logico che dovrebbe intercorrere tra i problemi della collettività e coloro che istituzionalmente sarebbero chiamati a risolverli e produce effetti aberranti su ambedue i tronconi della società in tal modo divisa. Da una parte, i problemi delle comunità cessano di costituire un fine primario, quando non si riducono a mero pretesto dell’azione politica, e lo dimostrano la quasi totale scomparsa della verifica tecnica delle iniziative e la facilità con cui si operano scelte nella pressoché totale ignoranza della realtà su cui si interviene. Dall’altra parte, gli addetti ai lavori si trovano ghettizzati all’interno dei meccanismi spietati della sopravvivenza propria del sistema cui appartengono. Così, il politico di prima nomina imparerà subito che le maggiori difficoltà consistono nel restare a galla all’interno del suo partito ed a questo dedicherà tutte le sue energie. La sua attività “esterna”, ammesso che riesca ad averla, sarà sempre strumentale rispetto alla necessità di destreggiarsi nel gioco delle correnti, ove le maggioranze si formano e si dissolvono, non tanto in funzione di una idea o di un programma, quanto di un “affare” o di una tattica e sono, proprio per questo, difficilmente prevedibili. E si accorgerà che certe alleanze non dichiarate, certi equilibri, certe strategie passano con disinvoltura attraverso i partiti e legano uomini che ufficialmente indossano diversi colori. Infatti, quando il partito, ruotando di novanta gradi su se stesso, si dispone in orizzontale e da canale di idee si trasforma in barriera, è fatale che le distinzioni ideologiche conservino più che altro un ruolo esterno e vengano interamente superate dalla convergenza degli interessi di “casta”. Il termine “casta” è forse il più adatto a definire l’involuzione corporativa di un mondo politico che ha ormai sviluppato un linguaggio proprio, un’etica propria e rituali che lo distinguono dal resto del Paese.
Ormai, un politico, in quanto tale, ha molto più in comune con un altro politico di diverso colore di quanto non abbia con un qualsiasi cittadino ancorché iscritto al suo partito, e c’è tra coloro che gestiscono la cosa pubblica una sorta di “complicità” che, nella migliore delle ipotesi, si fonda sull’assiduità e le conoscenze reciproche e, nella peggiore, sulla reciproca possibilità di ricatto.
L’azione politica si sviluppa così in una dimensione parallela a quella in cui vive ed opera il paese. Una dimensione fatta di sottocultura, di ricatto, di legami mafiosi, di finalità inconfessabili mascherate di belle parole dove l’amico infido è più temibile del nemico ufficiale e dove lealtà, onestà, coscienza e buona fede non possono che inchinarsi all’opportunismo, all’astuzia, al doppio gioco. Sono parole pesanti, ma, quando un sistema che dovrebbe essere al servizio del paese finisce con l’essere al servizio di se stesso e non può più confessare i suoi veri scopi, è la sua logica interna che lo spinge sempre più in basso con un automatismo che prescinde perfino dalla volontà degli uomini. Al di sopra e al di sotto del diaframma costituito dai partiti si sviluppano due logiche diverse, finalizzate a diversi obiettivi che solo il taglio privatistico accomuna e solo l’occasione clientelare riesce a far coincidere.
Quando gli interessi del politico e del cittadino si separano, infatti, non c’è altro rapporto possibile se non quello che si determina di volta in volta con specifici accordi tra gruppi dell’una e dell’altra categoria: una serie di atti bilaterali in cui nessuna delle controparti è, per definizione, portatrice dell’interesse collettivo.
Non c’è da meravigliarsi se l’elettorato si dimostra insensibile quando il rapporto tra cittadini e la classe politica non si esprime più con il voto, ma passa attraverso i vincoli clientelari che legano la corporazione alla “Loggia”. La diga dei partiti, separando i politici dal paese, ha lasciato questa unica via di comunicazione ed è fisiologico che una comunità già ridotta allo stato di massa ed impossibilitata a far sentire altrimenti la propria voce, abbia finito col riconoscere nel modello corporativo, più o meno mascherato, l’unica forma praticabile di aggregazione.
Forse, invece che di semplice economia, sarebbe più corretto parlare di un’intera Italia sommersa che vive e trama all’ombra di un’immagine ufficiale valida solo per gli ultimi illusi, e si coagula intorno ai centri occulti del potere, tesi ognuno ottusamente al proprio interesse particolare e capaci solo di paralizzarsi vicendevolmente nel momento delle grandi scelte unitarie.
Quello che più impressiona è la decadenza morale che ne deriva, e non tanto quella clamorosa dei grandi fatti di cronaca, quanto quella, poco appariscente ma diffusa che fa parte del costume, come la “raccomandazione” sventolata ormai quale titolo di merito, come la malcelata ammirazione per i “furbi” che riscuotono senza lavorare e, comunque, si “arrangiano”, come la perdita del senso della dignità propria ed altrui.
Intanto con buona pace di Montesquieu, il potere esecutivo fissa da sé i propri limiti, sfornando ad hoc, dal centro e dalla periferia, una pletora di norme cosiddette amministrative che, grazie alla compiacenza di una “giurisdizione speciale” inefficiente ed anch’essa politicizzata, ignorano la gerarchia delle fonti, e si son fatte regole di una illegittimità che è praticamente impossibile dimostrare in tempo utile da parte di chi ne subisca i danni.
È lo Stato di Diritto che tramonta nell’indifferenza di una società ubriaca di beni di consumo e ciò avviene, come si sarebbe potuto credere, sotto i colpi di un grandioso processo eversivo: la più alta delle conquiste civili muore molto prosaicamente dissanguata dall’ignoranza di una classe politica che non ha più il senso delle istituzioni e, pur di sopravvivere e far sopravvivere i propri clienti, sta demolendo la certezza del diritto senza nemmeno rendersene conto.
Forse la beffa più atroce sta proprio in questo dirigersi alla cieca e per mera ignoranza verso un epilogo cui nessuno vorrebbe coscientemente giungere. Senza il vuoto culturale della società dei consumi e soprattutto della sua classe politica avremmo forse rischiato maggiori traumi ed, al limite, soluzioni autoritarie più esplicite. Ma, se non altro, le avremmo potute combattere, mettendo alla prova quegli ideali democratici che ora tradiamo ogni giorno, e non ci saremmo trovati inermi ad assistere, di volta in volta “sudditi” o “clienti”, a questo auto disfacimento senza eredità. Quando la cultura ufficiale si fa essa stessa corporazione, è il “senso della cosa pubblica” che viene a mancare e la comunità non trova più nessuno che parli in suo nome. |